I Re Magi e il rapporto tra ragione e fede

Dott. Ermanno Pavesi

Membro della Presidenza FIAMC

Il Vangelo secondo Matteo ricorda l’episodio dei Re Magi che, studiando gli astri, si sono messi alla ricerca  del “Re dei Giudei”:

«Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano:  «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.  Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:


E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono»
(Mt 2,1-11).

I Vangeli hanno certamente un valore storico e ci raccontano degli eventi che sono avvenuti realmente, ma contemporaneamente queste narrazioni possono racchiudere contenuti di fede, indicazioni su come comportarci e possono raccontare pure che cosa ciascuno di noi, ma anche l’umanità intera, può attendersi o sperare per il futuro.

Ci si può chiedere se l’adorazione dei Magi, che rappresenta il punto di arrivo del cammino di ricerca di alcuni uomini sapienti e di scienza, che ha un ruolo così importante nell’iconografia cristiana e non può neanche mancare in nessun presepe, oltre a fornirci la descrizione di un avvenimento può anche darci delle indicazioni per approfondire la nostra fede.

Osservando il cielo e studiando i movimenti degli astri, i Magi hanno assistito all’apparizione di una stella, e si sono convinti che non si trattava solo di un fenomeno astronomico, ma che aveva un significato particolare e annunciava un evento straordinario: la nascita del re dei Giudei. Si trattava di un re particolare, di una dignità tale da non meritare solo di essere festeggiato dai suoi “sudditi”, ma di essere adorato da parte di sapienti venuti da lontano. Anche se il Vangelo li descrive solo come Magi, la tradizione li ha chiamati re, quasi a sottolineare la particolare dignità di Gesù che viene adorato addirittura dai re della terra . Messisi in cammino, i Magi arrivano solo a Gerusalemme, per proseguire la loro ricerca hanno bisogno di indicazioni più precise e devono chiedere informazioni. Erode, rappresentante del potere politico e amministrativo, non sa rispondere alle loro domande e si deve rivolgere alle autorità religiose, le uniche in grado di indicare in Betlemme il luogo della nascita grazie alle profezie della Sacra Scrittura. Solo allora compare, o ricompare, la Stella di Betlemme, e con le indicazioni delle autorità religiose di Gerusalemme i Magi possono riprendere il cammino, trovare il bambino e adorarlo.

Il cammino dei Re magi si svolge quindi in due tappe. Nella prima, lo studio dei fenomeni naturali li porta a intuire la nascita di Gesù. Con le loro conoscenze non sono, però, in grado di trovarlo, ma arrivano solo a Gerusalemme. La seconda può cominciare solo dopo che sacerdoti e scribi interpretando la Scrittura forniscono ai Magi le indicazioni per arrivare fino a Gesù.

Queste due fasi possono rappresentare il rapporto tra scienza e fede: con lo studio della natura, con le conoscenze scientifiche, è possibile farsi un’idea di Dio, dal momento che la natura non è solo materia, regolata dal caso ,  «La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. Ci parla del Creatore (cfr Rm 1, 20) e del suo amore per l’umanità. È destinata ad essere ”ricapitolata” in Cristo alla fine dei tempi (cfr Ef 1, 9-10; Col 1, 19-20). Anch’essa, quindi, è una “vocazione”. La natura è a nostra disposizione non come “un mucchio di rifiuti sparsi a caso”, bensì come un dono del Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci» (Benedetto XVI, Enciclica Caritas in veritate, n. 48).

San Paolo dichiara, infatti, che «dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute» (Rm, 1,20).

La creazione porta le tracce del Creatore e del suo piano. Gli ordinamenti intrinseci della natura consentono di farsi un’idea di chi li ha pensati, e, secondo il prologo del Vangelo di Giovanni il Verbo, il Logos, «era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,2-3). L’enciclica Caritas in Veritate ricorda anche che l’ambiente naturale non è solo materia, «ma opera mirabile del creatore, recante in sé una “grammatica” che indica finalità e criteri per un utilizzo sapiente, non strumentale e arbitrario» (Caritas in veritate, n. 48).

La cultura dominante divulga, però, una concezione materialistica della realtà secondo cui le scienze possono fornire una spiegazione completa dei fenomeni naturali, compresi quelli vitali, e che quindi non è necessario ammettere un intervento divino. Eventi naturali non avrebbero niente di misterioso, sarebbero solo il prodotto di cause casuali e non avrebbero un significato particolare. L’enciclica Caritas in Veritate sostiene che «Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell’intervento creativo di Dio» (N. 48), per il credente diventa, però, sempre più difficile stupirsi della realtà, dei fenomeni naturali e vitali, delle qualità umane, e tende sempre più a dare per scontati fatti che in realtà hanno qualcosa di meraviglioso e misterioso. A riconoscere nella natura gli “ordinamenti intrinseci”

Vi è poi un altro fatto tutt’altro che scontato: non solo nella realtà esistono degli “ordinamenti intrinseci”, una “grammatica”, ma il nostro intelletto è anche in grado di conoscerli., ma questo comporta che anche l’intelletto possiede una “grammatica” e precisamente compatibile con la “grammatica” della natura. Per questo, anche se non è possibile arrivare a una conoscenza perfetta di un oggetto o di un essere vivente, l’uomo continua a migliorarla e con il nostro intelletto riusciamo anche a inventare applicazioni sempre nuove.

Ci sembra ovvio che l’uomo sia in grado di conoscere, per esempio, le proprietà dei differenti materiali e le leggi naturali, in modo tale da poter costruire edifici o ponti e di poter calcolare quale peso questi ultimi possono sopportare, o costruire aerei e veicoli spaziali, di farli volare e atterrare secondo un piano preciso.

Benedetto XVI ha distinto  «due razionalità: quella della ragione aperta alla trascendenza o quella della ragione chiusa nell’immanenza» (Caritas in Veritate, N. 74).  Ci si può accontentare dei risultati pratici che si possono ottenere con la nostra ragione, senza porsi molte questioni, ma ci si può anche chiedere, se è possibile che una natura che si fosse sviluppata per caso potrebbe portare in sé una “grammatica” precisa e “ordinamenti intrinseci”, e che un cervello, anche lui prodotto casualmente, potrebbe avere la capacità di comprendere una tale grammatica.

Molti uomini di scienza si sono confrontati con problemi di questo tipo, non hanno trovato risposte adeguate né nelle scienze naturali né in quelle umane, e hanno dovuto ammettere i limiti della ragione. Con umiltà e onestà intellettuale non hanno cercato di inventare pseudo-risposte, ma sono arrivati ad ammettere dietro l’ordine naturale l’opera di Dio. Noi possiamo paragonare questi uomini di scienza ai Re Magi: osservando e studiando la natura percepiscono l’esistenza di un principio creativo  tanto della natura quanto dell’uomo, ma non riescono a coglierlo veramente, per, questo a volte, dichiarano di credere in un’entità superiore o in Dio. Ma alcuni fanno un passo ulteriore, come i Re Magi che si recano a Gerusalemme, e ottengono la risposta dall’autorità religiose, dalla Sacra Scrittura, dalla Rivelazione.

Nell’enciclica Deus Caritas est Benedetto xvi ricorda che «Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere» e identifica questo principio creativo di tutte le cose con il Logos e la ragione primordiale (N. 10). Solo con la fede nella Rivelazione è possibile riconoscere che il principio creativo è il Logos, il Logos di cui parla Giovanni nel Prologo del suo Vangelo e che si è fatto carne a Betlemme. I Re Magi dovrebbero essere presi a modello non solo da chi si dedica alla ricerca scientifica ma da tutti gli uomini, che, ammirando la bellezza e l’ordine del creato, riconoscono l’intervento del Creatore.