Domenica 15 marzo 2026
Rito ambrosiano e rito romano per oggi insieme (Deo Gratias)
Giovanni 9, 1-38b

In quel tempo, Gesù 1passando, vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». 3Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». 6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». 9Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». 10Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». 11Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». 12Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».16Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
18Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». 20I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
24Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». 25Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». 26Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa lasua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
35Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». 36Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 38Ed egli disse: «Credo, Signore!».
COMMENTO A GIOVANNI 9, 1-41
Giovanni ci presenta questo miracolo della guarigione di un uomo cieco dalla nascita, come un segno che rivela l’identità di Gesù: “sono la luce del mondo”.
L’essere luce di Gesù ha due effetti: illumina o abbaglia, secondo le disposizioni soggettive degli uomini.
I discepoli pongono la questione del peccato perché sono convinti che non vi sia sofferenza senza colpevolezza. Anche i farisei hanno stessa convinzione v. 34. Gesù rifiuta questa concezione, ma non cerca di dare una spiegazione sull’origine del male innocente, che non è l’argomento di questo passo.
È necessario notare che Gesù stesso in questo caso prende l’iniziativa, perché “vede” la miseria dell’uomo e non occorre nessuna richiesta. Se la tenebra dell’uomo cieco non deriva dal peccato, che cosa è allora?
Giovanni ci suggerisce che la tenebra, la miseria è quella originaria dell’uomo prima di essere illuminato da Cristo. Il cieco non può domandare ciò che ignora. Come gli uomini d’oggi che ignorano Cristo. Essi non chiedono e non chiederanno la sua luce se noi cristiani non la testimoniamo in modo credibile.
Il fango fatto da Gesù con la saliva viola il sabato e aggrava la cecità di coloro che non vogliono capire il suo gesto di guarigione.
Sant’Ireneo di Lione per spiegare questo gesto di Gesù richiama il fango di Adamo. Il nuovo fango significherebbe il perfetto compimento della creazione, in vista dell’essere perfetto che è l’uomo credente.
Cristo quindi con il suo atto di guarigione sta per completare la Creazione. È la nascita dall’alto che oltrepassa ogni attesa.
E vediamo che succede all’uomo guarito.
Il cieco è attivo dall’inizio alla fine: va a Siloe, fidandosi di Gesù, tiene testa ai farisei, divenendo vero testimone di Cristo di fronte alle loro accuse. Alla fine, dopo la cacciata, Gesù e l’uomo si parlano e inizia il cammino della fede. L’uomo che era stato cieco si lascia avvolgere dal mistero di Gesù, dall’ascolto della sua Parola.
Comprendiamo che la luce di Gesù rende l’uomo protagonista della vita e dell’annuncio.
Saremo noi come il cieco nato, aperti alla Parola, che ci lancia in modo sempre rinnovato per la missione, oppure resteremo bloccati dal nostro sapere acquisito?
Vi propongo di legger questo passo insieme all’altro per cui noi pure siamo definiti luce da Gesù.
GESÙ LUCE CHE SI FA LUCE IN NOI
La metafora della luce applicata all’identità umana e alla spiritualità cristiana, partendo dall’affermazione di Gesù: “Io sono la luce del mondo” e “Voi siete la luce del mondo”.
Ecco i punti chiave della riflessione:
L’identità come Luce: La luce è ciò che permette al mondo di uscire dall’oscurità per essere visto. Il compito dell’uomo è “illuminarsi” per far sì che la realtà emerga dalle tenebre. LA LUCE VIENE DA DIO CHE CI FA LUCE. Siamo costituiti da lui.
Il paradosso dell’Ombra: Spesso gli esseri umani si “innamorano” della propria oscurità o dei propri limiti, credendo che facciano parte della propria essenza. “MI DEVI PRENDERE PER COME SONO” OPPURE “CHE COSA VUOI DALLA MIA VITA”. Ci difendiamo a spada tratta, quando avremmo tanta gioia se accettassimo di lasciarci trasformare dall’amore. Secondo il vangelo possiamo pensare che l’oscurità è solo “luce che ancora non sa d’essere tale”.
Il lavoro dello Svuotamento: Per raggiungere l’illuminazione è necessaria una “purificazione” costante, intesa come un processo di distacco e svuotamento interiore che permette di scoprire un disegno provvidenziale dietro agli eventi della vita. IL CORAGGIO DI GUARDARSI DENTRO. Forse è la resistenza più grande che abbiamo.
Lo sguardo Contemplativo: La creazione non è un evento passato, ma avviene ogni volta che si guarda il mondo con attenzione e amore. PENSIAMO AI GRANDI FOTOGRAFI. Essi vedono qualcosa che noi non vediamo.
Questo sguardo è capace di riscattare anche le realtà più degradate (malattie, violenza, povertà), vedendo in esse la “matrice della luce”. CHI HA PECCATO? È PER LA GLORIA DI DIO. Le miserie come chiamata a quell’amore che è dono di Dio.
Azione e Presenza: L’invito finale è a non nascondere la propria “lampada” (la propria essenza divina) per paura o abitudine, ma ad accenderla per illuminare il presente, poiché il tempo a disposizione è limitato. NON SCIUPARE IL DONO DELLO SPIRITO. Sentiamo l’urgenza dell’amore.
Catechesi del Papa
I Documenti del Concilio Vaticano II. II. Costituzione dogmatica Lumen gentium. 3. La Chiesa popolo di Dio
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
Proseguendo nella riflessione sulla Costituzione dogmatica Lumen gentium (LG) oggi ci soffermiamo sul secondo capitolo, dedicato al Popolo di Dio.
Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare (cfr Gen 22,17-18). Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità (cfr Is 2,1-5).
Il Concilio afferma che «tutto questo però avvenne in preparazione e in figura di quella nuova e perfetta alleanza che doveva concludersi con Cristo, e di quella più piena rivelazione che doveva essere trasmessa dal Verbo stesso di Dio fattosi uomo» ( LG, 9). È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo [1] e che è esso stesso corpo di Cristo; [2] non un popolo come gli altri, ma il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra. Suo principio unificatore non è una lingua, una cultura, un’etnia, ma la fede in Cristo: la Chiesa è pertanto – secondo una splendida espressione del Concilio – «l’assemblea di coloro che guardano nella fede a Gesù» ( LG, 9).
Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità.
Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti. Se vi appartengono i credenti in Cristo, il Concilio ci ricorda che «tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo popolo di Dio. Perciò questo popolo, restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l’intenzione della volontà di Dio, il quale in principio ha creato la natura umana una, e vuole radunare insieme i suoi figli, che si erano dispersi» (LG, 13). Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti (cfr LG, 17), perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo. Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. È così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle (cfr LG, 13).
In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo: «Arca unica della Salvezza, deve accogliere nella sua vasta navata tutte le diversità umane. Unica sala del Banchetto, le vivande che distribuisce sono attinte da tutta la creazione. Veste senza cuciture di Cristo, essa è anche – ed è la stessa cosa – la veste di Giuseppe, dai molti colori». [3]
È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli.
Buona domenica a tutti
Don Michele Aramini

