Sia per il rito ambrosiano sia per quello romano.
Giovanni 3, 13-17
13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Commento
Questi versetti del vangelo di Giovanni contengono in sintesi tutto il progetto di Dio, per la salvezza dell’umanità.
Non per nulla il versetto 16 è considerato il verso più bello di tutti i Vangeli.
La festa della esaltazione della Santa Croce, con questo testo ci mostra il senso vero della croce di Gesù: essa è l’espressione di un amore così grande e alto che ci mancano le parole per esprimerlo. Essendo Dio amore, è naturale che non abbiamo parole adeguate. Non possiamo esprimere il grande mistero con i nostri balbettii. Però possiamo gioirne.
Per la forza di questo amore siamo sicuri che il male e la morte non avranno l’ultima parola sulla nostra vita, che il bene che noi compiamo nel nome di Cristo dura per sempre.
Di Dio noi non comprendiamo tutto, ma per gratuito dono, per la visita che il Figlio ci ha fatto e ci fa sempre, per l’azione dello Spirito possiamo comprendere che siamo avvolti da un dono meraviglioso, che siamo chiamati a crescere nella sua stessa realtà, che i sentimenti del Cristo possono diventare i nostri.
Una precisazione a proposito della Croce, va fatta: non confondiamo le nostre difficoltà con la croce di Gesù. Spesso noi chiamiamo croci i piccoli o grandi problemi che dobbiamo affrontare, le sofferenze che accompagnano certi momenti della nostra vita. Ci dimentichiamo che la croce di Gesù c’è solo dove c’è il suo infinito amore. Se manca l’amore c’è solo una disgrazia. Se l’amore c’è quella situazione difficile diventa un modo per rispondere con amore ai bisogni dei nostri fratelli, un modo per affidarsi più intensamente all’amicizia di Dio.
Si può perciò associare la Croce alla gioia, perché vivere la Croce significa amare.
Oltre che gioire possiamo anche lavorare per il bene di tutti. Infatti siamo anche coinvolti nella missione di portare agli uomini questo dono. Il solo di cui hanno veramente bisogno. Tutte le altre cose sono secondarie.
* * *

Dopo questa breve introduzione, ora vi presento UNA RIFLESSIONE SUL SENSO DELLA CROCE DI GESÙ CRISTO, sul suo senso e sul motivo per cui la Chiesa la festeggi come principio della nostra speranza. Il brano è parte del mio prossimo libro, sul quale vi dirò qualche parola non appena sarà pronto.
La morte violenta cui Cristo fu sottoposto non è stata la conseguenza di un destino fatale, come se Dio l’avesse direttamente voluta. Essa era messianica, indicava lo stile divino nel rinnovare il mondo ed appariva come la conseguenza inevitabile della fedeltà di Dio agli uomini: i profeti e i giusti dell’Antico Testamento sono sempre stati maltrattati. Gesù s’inserisce, con piena coscienza, nella storia dei profeti e dei giusti perseguitati e in questa luce legge la propria vicenda storica. In tal modo egli percepisce la volontà di Dio suo Padre che gli domanda di perseverare fino al compimento di ciò che gli ha affidato. Se la morte non sembra essere stata voluta né desiderata, essa tuttavia è vista lucidamente come il cammino della fedeltà radicale del Padre nei confronti di Gesù e di Gesù nei confronti del Padre. La morte di Gesù è l’espressione della reciprocità nella fedeltà: Gesù fedele al Padre e il Padre fedele a Gesù. L’Abbà-Padre di Gesù nell’Orto degli Ulivi e l’esclamazione «Nelle tue mani affido il mio spirito» sulla croce ne sono il chiaro riflesso.
La morte di Gesù, è il coronamento di una vita di servizio, come esprime simbolicamente la lavanda dei piedi. Gesù, perciò davanti al mistero della morte si pone, in modo incondizionato, nelle mani del Padre poiché, avverte d’essere chiamato a dare compimento alla sua missione di servizio. Dall’altra egli vive la certezza che il Padre non lo lascerà mai deluso.
È nell’Ultima Cena e nel dramma dell’Orto degli Ulivi che appare in tutta la sua luminosità tale verità. Gesù afferma la propria perfetta confidenza in Dio e la sua intenzione di fondare, attraverso la sua presenza continuata, la comunità dei discepoli. Per giustificare l’una e l’altra ha ricapitolato la vita nel servizio. In tal modo la morte, frutto della sua vita, dà compimento ad una esistenza totalmente consegnata a Dio e agli uomini. Nella morte vissuta nella dedizione alla carità, Gesù, consegna ad ogni uomo la via perché tutta l’umanità possa giungere al Padre. La morte di Gesù è un servizio per gli uomini compiuto fino in fondo, anche se nel rifiuto vissuto dagli uomini stessi. Nei racconti dell’Ultima Cena e nel dramma dell’Orto degli Ulivi, Gesù è presentato solo davanti alla sua morte imminente. Egli vive la rottura degli amici, vive il silenzio di Dio stesso. Tuttavia in questo vuoto continua a gridare “Abbà”, fedele nell’oscurità alla sua esperienza originaria.
Tale è il paradosso del credente davanti alla morte: con confidenza egli entra e s’immerge nel mistero infinito di Dio, anche se la natura umana presenta le sue inevitabili reazioni. Morendo sulla croce, Gesù è consegnato da Dio ai nemici che distruggono il suo modo terrestre di vivere la relazione con gli uomini; tuttavia, fino alla fine, Egli mantiene la relazione con Dio. Ora tocca al Padre compiere il resto: far risorgere il Figlio dalla morte, rianimare di nuovo quel corpo di cui ha bisogno per esprimersi. Cristo ha una totale fiducia nel Padre, è immerso nel mistero del Padre al quale completamente si affida. Nella morte di Gesù, la morte ha cessato d’essere un problema poiché è la porta della vita, pur rimanendo un mistero. Ogni morte vale, ora, in rapporto a quella del Cristo: essa è la salvezza di tutta l’umanità.
Nella sua esperienza, i credenti ritrovano continuamente il senso della propria vita, della lotta per la vita, della morte. La prospettiva di una morte che minaccia continuamente l’uomo è un invito a convertirsi e a guardare verso Colui che viene. La morte è terribile, Gesù l’ha combattuta, ma la fede in Dio che l’ha vinta in Gesù dà la capacità al credente di attraversare sereno questo momento di tenebre.
Il contatto con Cristo non rende la morte e la sofferenza realtà magnifiche; tuttavia, poste in relazione con la risurrezione, dà loro il vero significato. Occorre perciò collocare al centro il mistero della risurrezione, nel quale è chiamata a situarsi tutta l’esistenza del credente. La fede nella risurrezione di Cristo (cfr. At 2, 22-24) non esprime altro che la coscienza del rapporto nuovo e diverso che intercorre tra Dio e Gesù di Nazareth. La dedizione obbediente al Padre è già un espandersi della risurrezione. Questo essenziale riferimento alla globalità dell’esistenza del mistero, specie al suo mistero pasquale, è la sorgente della speranza che trionfa nell’oscurità della morte.
Buona domenica a tutti
Don Michele Aramini