Domenica 26 luglio 2026

Rito ambrosiano IX Domenica dopo Pentecoste

Marco 2, 1-12

1 Entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.

3Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. 5Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”.

 
6Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7“Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”. 8E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: “Perché pensate queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, 11dico a te – disse al paralitico -: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”. 12Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: “Non abbiamo mai visto nulla di simile!”.

Commento

Il testo in sintesi

Gesù è a Cafarnao, probabilmente nella casa dove abitava quando si trovava in Galilea. La folla è così numerosa che quattro uomini, non riuscendo a entrare, salgono sul tetto, lo scoperchiano e calano davanti a lui un paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, dice: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Alcuni scribi lo accusano interiormente di bestemmia, perché solo Dio può perdonare i peccati. Allora Gesù guarisce il paralitico, affinché tutti sappiano che «il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra».

Marco sottolinea un particolare sorprendente: «Gesù, vedendo la loro fede…».

Non dice la fede del paralitico, ma quella dei quattro amici. È una bellissima immagine della Chiesa: ci sono momenti in cui una persona non riesce più a camminare con le proprie forze, e allora sono gli altri che la portano davanti al Signore. È il valore dell’intercessione, della preghiera per gli altri, della solidarietà.

Quante volte anche noi siamo sostenuti dalla fede di qualcuno: un genitore, un amico, una comunità.

Gesù va alla radice del male

Tutti si aspettano una guarigione fisica. Gesù invece sorprende tutti: prima perdona i peccati.

Non significa che la paralisi fosse causata da un peccato personale. Gesù non lo afferma mai. Vuole però mostrare che il bisogno più profondo dell’uomo non è anzitutto quello del corpo, ma quello del cuore.

La salute è un grande bene, ma non è il bene supremo. L’uomo può essere perfettamente sano e vivere interiormente prigioniero del risentimento, della paura o del peccato.

Gesù libera anzitutto quella schiavitù.

Lo scandalo degli scribi

Gli scribi ragionano correttamente dal punto di vista teologico: solo Dio può perdonare i peccati.

L’errore non è il principio, ma la conclusione. Non si aprono alla possibilità che Dio stia agendo proprio attraverso Gesù.

Marco ci mostra così il primo grande conflitto che attraverserà tutto il Vangelo: davanti a Gesù non basta conoscere la dottrina; occorre lasciarsi sorprendere dall’azione di Dio.

Il miracolo come segno

Gesù domanda: «Che cosa è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati” oppure “Alzati e cammina”?»

Il perdono non è verificabile con gli occhi. La guarigione invece sì.

Per questo Gesù compie il miracolo: la guarigione visibile diventa il segno di quella invisibile. Il corpo che si rialza manifesta che anche l’anima è stata rialzata.

«Alzati» Il verbo è molto significativo. In greco è lo stesso verbo (egeirein) che il Nuovo Testamento userà anche per parlare della risurrezione.

Il paralitico non riceve semplicemente una terapia: viene rimesso in piedi, restituito alla sua dignità, alla sua famiglia, alla sua vita. Ogni incontro autentico con Cristo è una risurrezione anticipata.

Il lettuccio Gesù dice:

«Prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua.»

È un dettaglio ricco di significato. Prima era il lettuccio a portare l’uomo; adesso è l’uomo che porta il lettuccio.

Ciò che era stato il simbolo della sua schiavitù diventa il segno della sua liberazione. Le ferite del passato non scompaiono, ma non dominano più la persona.

La conclusione La folla esclama: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!»

Marco invita anche il lettore a questa meraviglia. Gesù non è soltanto un guaritore straordinario: è il Figlio dell’uomo che possiede l’autorità stessa di Dio, capace di rimettere in piedi tutta la persona, nel corpo e nello spirito.

Un primo messaggio per noi Questo Vangelo ci invita a tre atteggiamenti.

A lasciarci portare dagli altri quando non abbiamo più forza, senza vergognarci della nostra fragilità.

A essere noi quei quattro amici che si fanno carico di chi è bloccato dalla sofferenza, dalla solitudine o dalla perdita della speranza.

A ricordare che Cristo non si limita a risolvere i problemi esteriori: entra nel cuore, perdona, riconcilia e restituisce la libertà più profonda.

La vera guarigione, secondo Marco, non consiste semplicemente nel camminare, ma nel rialzarsi come figli riconciliati con Dio. Da quel momento anche il cammino quotidiano assume un significato nuovo.

Un approfondimento

Gesù annuncia in ogni occasione che il regno di Dio è giunto, esso ha le porte aperte a tutti, anche ai peccatori. Nella cultura ebraica antica l’uomo malato era considerato anche peccatore, perciò subito Gesù gli perdona i peccati e spezza il rapporto automatico tra malattia e peccato.

Poi di fronte alle loro mormorazioni sul potere di perdonare, fa pure il dono della guarigione. Ma il dono più importante è il primo, perché nel regno di Dio l’essenziale è l’offerta della salvezza.

Questo vale anche al presente, soprattutto nella nostra società, che da una parte ha perso il senso del peccato e dall’altra è afflitta dal sentimento della colpa. Cerchiamo di approfondire queste due realtà.

Il senso del peccato lo perde chi ha perso il senso dell’amore di Dio e non capisce più la sua personale vocazione all’amore. Riconoscersi peccatori significa essere consapevoli di aver rifiutato l’amore di Dio, ma con la convinzione che tale amore è sempre disponibile e basta abbandonarvisi, nel pentimento e nella conversione, per trovare il perdono. Si ricomincia sempre daccapo con umiltà e si rende concreto l’amore. Il perdono di Dio mette in moto la nostra responsabilità e le nostre energie.

Il sentimento di colpa è qualcosa di misterioso, dannoso per l’uomo, che toglie la speranza di poter ricominciare e rischia di far sprofondare nella nevrosi e nello sconforto, se non nella disperazione. Questo sentimento è provato da tutti, anche dai non credenti e rischia di paralizzare le energie spirituali della persona. Molte persone soffrono per i loro sensi di colpa e non sanno come uscirne. Si pensi a quei genitori che si sentono in colpa per il fatto di dedicare poco tempo ai figli e come soluzione concedono loro di realizzare ogni capriccio, e così al primo danno se ne aggiunge un secondo.

La Chiesa non incoraggia il senso di colpa, anzi cerca di aiutare le persone a uscirne. Ma la via per uscirne è quella che ci offre Gesù: accogliere il suo perdono, che libera dal male e ci rimette in cammino.

La Chiesa deve sempre sentirsi comunità di peccatori perdonati, che vivono la gioia di un rinnovamento sempre possibile e deve sapere offrire questo dono al mondo.

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Rito romano

 XVII domenica TO

Matteo 13,44-52
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
47Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei cane-stri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Commento

Matteo 13,44-52 conclude il grande discorso delle parabole. Dopo aver parlato del seminatore, della zizzania, del granello di senape e del lievito, Gesù arriva al punto decisivo: che cosa vale davvero il Regno di Dio? Le tre immagini del tesoro, della perla e della rete sono una risposta.

Il tesoro nascosto nel campo

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo…»

Il protagonista non cercava un tesoro. Lo trova quasi per caso. Eppure, nel momento in cui lo scopre, cambia completamente la sua scala di valori. Vende tutto ciò che possiede per comprare quel campo.

Il dettaglio più bello è quello che spesso passa inosservato: «pieno di gioia» va a vendere tutto. Non è un sacrificio amaro, ma una scelta lieta. Quando si incontra davvero Cristo, non si vive nella logica della rinuncia, ma in quella della scoperta. Non si perde qualcosa: si trova Qualcuno che vale infinitamente di più.

È l’esperienza di tanti santi. Pensiamo a san Francesco d’Assisi: dall’esterno sembrava che avesse lasciato tutto; dal suo punto di vista, aveva trovato il vero tesoro.

La perla di grande valore La seconda parabola è simile ma non identica.

La prima parabola parla di chi incontra Dio quasi inaspettatamente; la seconda di chi lo cerca da tempo. Le strade possono essere diverse, ma il risultato è identico: quando si incontra il Regno, tutto il resto diventa relativo.

Vendere tutto

In entrambe le parabole ricorre la stessa espressione: «vende tutti i suoi averi».

Gesù non vuole insegnare che ogni discepolo debba necessariamente spogliarsi materialmente di tutto. Vuole dire che il Regno domanda il primato assoluto. Nessun altro bene può occupare il posto di Dio.

La domanda implicita è sempre attuale: qual è il nostro tesoro? Perché, come dirà poco dopo Gesù, «dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).

La rete gettata nel mare

È un richiamo alla pazienza di Dio. La Chiesa, come la rete, accoglie persone molto diverse tra loro. Non è una comunità di perfetti, ma di uomini e donne in cammino.

«Avete compreso tutte queste cose?»

La fede non consiste solo nel commuoversi davanti alle parabole, ma nel lasciarsi trasformare da esse.

Lo scriba divenuto discepolo

L’ultima immagine è molto bella.

«Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.»

È un’immagine preziosa anche per la Chiesa di oggi: essere fedeli alla tradizione non significa ripetere meccanicamente il passato, ma saper attingere continuamente al tesoro del Vangelo per rispondere alle domande nuove di ogni epoca.

Un messaggio per noi Questa pagina evangelica ci lascia tre domande essenziali:

Qual è il tesoro per cui sono disposto a orientare la mia vita? Il Vangelo ci invita a verificare ciò che occupa davvero il primo posto nel cuore.

Vivo la fede come un peso o come una gioia? Chi scopre Cristo autenticamente sperimenta, pur nelle prove, la gioia di aver trovato ciò che dà senso a tutto il resto.

So custodire insieme “le cose antiche e le cose nuove”? La maturità cristiana consiste nell’essere radicati nella tradizione e, nello stesso tempo, aperti alla novità sempre sorprendente dello Spirito.

In definitiva, Matteo ci dice che il Regno di Dio non è un bene da aggiungere agli altri: è il bene che dà valore a tutti gli altri. Quando il cuore lo scopre, ogni scelta cambia prospettiva, perché ciò che sembrava una perdita diventa una gioiosa conquista.

Un approfondimento
Mi fermo alle prime due parabole: il tesoro e il mercante.
Quando ho letto Signore degli Anelli sono rimasto colpito dal tremendo attaccamento di Gollum, creatura disgraziata, per l’anello, il suo tessssoro, come lo chiamava lui. La lotta per conquistare il tesoro è stata spietata, fino alla conclusione finale che lo porterà a morire nel magma infuocato pur di non perdere quell’anello di cui era divenuto schiavo.

La lettura di quel capolavoro pone a chi lo legge molte domande: qual è e dove è il tuo tesoro, che nei fai? quanto lotti per averlo?
Le domande chiedono una risposta e così scopri di essere spaventosamente mediocre. Sai che il tesoro c’è, che ti aspetta, eppure lo lasci impolverare.
Ecco che la parabola evangelica ti chiede di prendere una decisione.

Non sarai deluso. Quel tesoro che è Gesù moltiplicherà la gioia del tuo cuore. E non per un momento, ma per tutta la vita.
Il mercante. Il regno ti viene incontro nella persona di Gesù. Ma se tu sei concentrato nei tuoi piccoli affari, Gesù non lo vedi neppure. Il mercante invece va in cerca, è un cercatore di affari che contano. E che cosa conta di più che illuminare e dare senso alla tua stessa vita? Non c’è un affare più grande. È esperienza comune che a un certo punto della vita si comprenda (magari un po’ troppo tardi) che conta l’affetto e non i soldi, che conta l’ascolto e non la carriera, insomma che conta l’amore più di ogni altra cosa. Un amore che ci viene incontro nella persona del Signore, che ci libera dal disperdere le nostre energie in ciò che non vale.
L’ultimo versetto ci dice che l’incontro di fede con il Signore ci fa diventare saggi, capaci di valutare ciò che è importante nella vita e di comunicarlo agli altri, come un padrone di casa che fa star bene i propri ospiti. Pensiamo a questa cosa: io, arricchito dal progetto di Gesù, sarò uno che fa star bene gli altri!

Buona domenica a tutti

Don Michele Aramini