Giovanni 6, 51-58

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Commento

Anche per questa domenica vi propongo una meditazione più completa sull’Eucaristia, come ho fatto per la SS. Trinità. Poi riprendiamo i commenti normali.

Chi desidera può leggere solo il breve commento di p. Ermes Ronchi

Dal libro Michele Aramini, Ripartiamo da Cristo, Edizioni Dottrinari 2026

L’Eucaristia: alleanza e servizio fraterno

Cristo ci salva uno ad uno, e non da lontano: ci salva restando vicino a noi, operando attivamente dentro la comunità dei suoi fratelli.

Il mezzo con cui Il Signore Gesù raggiunge la massima intensità della sua presenza è il sacramento del “Corpo dato” e del “Sangue versato”, posto tra le nostre mani sotto i segni del pane e del vino. Nell’Eucaristia si realizza, con una pienezza che noi non avremmo nemmeno saputo immaginare, l’ultima promessa del Crocifisso vivo e glorificato: Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

L’insegnamento della Chiesa a proposito dell’Eucaristia ci dice innanzitutto che sono i sacramenti che costruiscono la Chiesa. Essi lo possono fare in quanto sono gesti di Cristo che ci chiama all’alleanza con Lui e ci dona il suo Spirito Santo. Il sacramento principale è proprio l’Eucaristia, secondo la tesi di san Tommaso d’Aquino fatta propria dalla Chiesa.

Partiamo da un detto teologico che ci può aiutare a comprendere il grande dono dell’Eucaristia: La Chiesa fa l’Eucarestia, l’Eucarestia fa la Chiesa. Che la Chiesa faccia l’Eucaristia ci sembra del tutto naturale, dato che essa celebra la Pasqua del Signore ogni domenica radunando tutto il popolo di Dio. In realtà è l’Eucaristia che costruisce la Chiesa, perché solo vivendo la Messa in modo autentico essa diventa la vera comunità di Cristo.

Che cosa è l’Eucaristia?

L’insegnamento della Chiesa ci mette in rilievo tre aspetti: la celebrazione del rito, il sacrificio di Gesù Cristo e la formazione della Chiesa.

Il primo elemento è il rito del pane e del vino, cioè la celebrazione della Messa. A questo proposito nel messale ci sono le regole per la celebrazione della Messa, ma non si dice nulla del perché si deve fare, cioè il suo significato. Questo vuoto lascia spazio alla fantasia dei liturgisti e dei catecheti, i quali parlano di mensa, di convito, di festa gioiosa. In realtà, il rito nella sua semplicità non lascia spazio alla fantasia: è il rito antropologico fondamentale del mangiare lo stesso pane e bere allo stesso calice, che significa essere uniti nella stessa sorte, condividere il medesimo destino. Lo suggerisce Gesù stesso, quando chiede ai due discepoli che vogliono stare uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, cioè che vogliono stare il più vicino possibile a Lui, se possono bere al suo calice. In ogni caso, non sono il pane e il vino a fare l’Eucaristia; a fare l’Eucaristia sono le parole di Gesù che trasformano – “transustanziano” – il pane e il vino, nel suo corpo e nel suo sangue.

Il secondo elemento dell’Eucaristia è il sacrificio del Calvario, reso presente nell’Eucaristia – presenza reale – in modo sacramentale. Qui va sottolineato che presenza reale e sacrificio non sono due realtà diverse; c’è un’unica Eucaristia, che è la presenza reale del sacrificio di Cristo durante e fuori della Messa. Naturalmente va compreso che il sacrificio di Cristo è avvenuto una volta per sempre e la forma sacramentale ci fa fare memoria oggettiva del sacrificio del Calvario. Nel linguaggio teologico per indicare questa memoria oggettiva si usa il termine memoriale, ma rimane ugualmente un concetto non immediatamente comprensibile. In altre parole, non tecniche, rinnovando il rito del pane e del vino, in forza delle parole di Gesù noi diventiamo contemporanei dell’ultima Cena e del Calvario, dove si è consumato l’unico e definitivo sacrificio di Gesù, pienezza del suo amore e centro della storia.

Il terzo elemento dell’Eucaristia è il suo effetto nella vita della Chiesa. Più che un effetto nella Chiesa, l’effetto dell’Eucaristia è la Chiesa stessa; essa nasce, è fatta dall’Eucaristia. Questa è la ragione per cui i Padri della Chiesa stimolati dalla teologia di San Paolo designano la Chiesa quale “corpo di Cristo” e l’Eucaristia come “corpo mistico di Cristo”. Chiesa ed Eucaristia sono correlate. Ciò esprime il fatto che tutti i sacramenti a cominciare dall’Eucaristia, che è il principale, sono finalizzati immediatamente a costruire la Chiesa, cioè a fare i cristiani che sono il “popolo di Dio”.

Perché Gesù Cristo ha istituito l’Eucaristia?

La teologia arriva a comprendere che Gesù Cristo ha voluto l’eucarestia in quanto è la sintesi della propria esistenza. Il Vangelo di Giovanni dice: “li amò fino alla fine” (13,1).Giunto alla fine della propria esistenza, alla vigilia della sua morte, Gesù Cristo raccoglie tutta la sua esistenza come in un punto, in un segno – segno reale/simbolo reale – e inventa l’Eucarestia, perché la sua esistenza umana non finisca nel mondo degli uomini, ma continui come il principio dell’esistenza umana dei “suoi”, cioè di coloro che hanno creduto in lui, inviati in tutto il mondo, perché la sua vita, la vita di Gesù, sia il principio di vita per tutti gli uomini. Evidentemente nessun uomo può pensare a una cosa simile. Per quanto presuntuoso possa essere, nessun uomo può pensare che il suo modo di vivere l’esistenza umana faccia testo per tutti gli uomini sino alla fine del mondo. Nessun uomo, tranne Gesù Cristo, il quale viceversa non può non pensarlo e non può non realizzarlo, essendo il figlio di Dio.

Ciò per due ragioni che spiego brevemente: la prima perché egli è il rivelatore della Trinità ed è l’unico che può insegnare a vivere pienamente da uomo secondo la volontà di Dio/Trinità, il quale non ha creato gli uomini perché vivessero come pecore senza pastore e perciò ha mandato il “Pastore grande” (Eb13,20) a mostrare come si vive da uomini e a donare il perdono divino, perché Dio non vuole la morte del peccatore. Per questa ragione Gesù Cristo dovette essere l’amico dei peccatori perché tutti gli uomini fossero per adozione “figli di Dio”.

La seconda ragione è che in Gesù Cristo l’esistenza umana ha raggiunto il suo vertice. Il Calvario, la morte in croce, l’atto conclusivo dell’esistenza umana di Gesù segna, in termini di valore, il punto più alto della storia dell’umanità. Tutto il progresso e l’evoluzione che si registra nella storia umana non riuscirà a portare l’umanità oltre il Calvario, più avanti del Calvario, più su del Calvario. Questo è il motivo per cui la crocifissione nei Vangeli è narrata con i colori della fine del mondo, infatti, la storia degli uomini, in termini di valore, è compiuta, è finita (Non c’è un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici Gv 15,12-13).

Di fronte a questa affermazione viene la domanda: ma perché proprio il Calvario deve segnare il massimo dell’esperienza umana?

I tentativi di risposta tendono a esaltare la sofferenza, la croce, il legame con il peccato e la necessità della riparazione ma finiscono per aumentare i dubbi.

Il motivo di questa insufficienza è che a fare il valore del Calvario è il morire di Gesù, il suo modo di morire. Nel senso che con il gesto conclusivo della sua vicenda storica, precisamente l’accettazione volontaria del suo morire sulla croce, Gesù ha dato il compimento alla sua relazione filiale con il Padre, abbandonandosi totalmente nelle sue mani. In questo modo oltre a ribadire la sua relazione prioritaria con il Padre, ha svelato il senso/la destinazione dell’esistenza umana, cioè dell’esistenza di ogni uomo: quello di essere e di dover diventare figli di Dio. Un senso e una destinazione assolutamente positiva, come ha mostrato, nel giro di tre giorni, la risurrezione, cui non riusciamo a dare un contenuto perché è al di là di ogni nostra capacità di immaginazione, ma che sappiamo essere la vita degna, veramente conforme a chi è “figlio di Dio”.

In questa linea si pone l’Eucarestia come sacrificio di Gesù Cristo. Noi siamo abituati a sentire questa formula, ma credo che essa abbisogni di spiegazione.

Innanzitutto notiamo che l’ultima cena del Signore è la prima faccia di una medaglia, che ha per seconda l’offerta di sé sulla Croce. I due elementi sono inseparabili e costituiscono la sostanza del memoriale che noi celebriamo nella Messa. Le parole di Gesù sul pane e sul vino: “questo è il mio corpo e questo è il mio sangue” non sono parole vuote, ma esprimono la realtà del dono che Gesù compie sulla Croce. Con altre parole dobbiamo dire che l’Eucarestia è l’esistenza umana di Gesù Cristo vissuta fino al sacrificio della Croce, cioè fino all’espressione completa della filiazione divina, che comporta il dono di sé. La celebrazione/memoriale ci fa diventare contemporanei della Cena e della Croce per condurre anche noi alla risurrezione, destino di tutti i figli di Dio.

Qui possiamo fare una sosta di approfondimento leggendo una illuminante pagina di una grande teologo milanese, don Luigi Serenthà (Cosa sarei senza te, Signore, I quaderni della Fiaccola 2011, pp. 12-14). Ecco il testo: “Giovanni con una profondità teologica insuperabile presenterà la passione di Gesù come gloriosa manifestazione di Dio. Il crocifisso è il segno supremo della vita che Dio si porta dentro di sé… Più in là non si può andare. Più in là della Croce, Dio non riesce a dire nulla circa la sua vita intima, circa il mistero che egli si porta dentro. Questo è allora il singolare significato della Croce di Cristo: la Croce dice chi è Dio. Il fatto che ci sia un collegamento tra la Croce e la liberazione del peccato è una verità, ma questo legame non cambia la natura di Dio. La natura di Dio non può mutare: Dio è amore. Anche senza peccato, nella Croce Dio dice se stesso, perché per manifestarsi Dio non ha bisogno di condizioni o di situazioni, fossero anche quelle del peccato, del dolore e della sofferenza dell’uomo. Quindi la Croce non è primariamente la dimostrazione che Dio sa vincere il peccato. La Croce è la rivelazione di chi Egli è. La croce è il grembo stesso della Trinità. È guardando la croce che io capisco, il misterioso fecondo legame che nella Trinità c’è tra il Padre e il Figlio. Il Figlio è colui che si dedica totalmente al Padre.

La croce prima e più che essere la redenzione del peccato umano è il grembo stesso di Dio. È il luogo originario nel quale Dio si presenta all’uomo, così come è in se stesso. È per questo allora che la croce ha un valore assoluto, è una verità assoluta della storia umana, cioè sciolta, slegata da ogni condizione. Qui L’assolutezza di Dio si manifesta in una forma insuperabile, che non può essere condizionata da nessun’altra considerazione.

Per quanto ci riguarda, non possiamo far altro in tutta la nostra vita che guardare la croce, stare aggrappati alla croce. La croce è la verità della storia, è la verità della libertà, è il senso di tutto ciò che esiste, perché la croce è la verità di Dio stesso, cioè, è la suprema forma luminosa che Dio ha assunto per dire chi è lui dentro di sé e che è lui per ogni uomo.

Il testo è un poco impegnativo. Cerco di riassumerlo dicendo che Dio è amore incondizionato, ed è amore originario (come abbiamo visto parlando di Dio/Trinità). Nella croce di Gesù, si manifesta principalmente la verità intima dell’amore di Dio, nel totale affidamento che il Figlio fa di se stesso al Padre e nella risurrezione che il Padre opera per rispondere a questo amore di Gesù Cristo (Col 2,9). Secondariamente il peccato è vinto perché l’umanità di Gesù Cristo realizza l’uomo nuovo che ama come Dio vuole e apre questa via per tutti gli uomini. Quindi il legame tra croce di Gesù e peccato c’è, ma è conseguenza dell’amore insuperabile che esiste tra le Persone divine.

Perciò l’Eucarestia sacramento è lo strumento escogitato da Gesù per metterci in comunione con lui, per usare la nostra libertà come abbandono alla volontà di Dio, non parzialmente ma in modo totale, una libertà arresa a Dio. Solo in questo modo sua vita diventa anche la nostra vita, o in altri termini, l’Eucaristia rende anche noi capaci di vivere l’esistenza umana come l’ha vissuta Lui, capaci di arrivare al Calvario diventando pienamente figli di Dio, attraverso la donazione di noi stessi.

Come vivere l’Eucaristia?

Dopo aver compreso la grandezza dell’Eucaristia possiamo scendere ora vita quotidiana e chiederci come si fa a vivere autenticamente la Messa? La risposta ovvia è: facendo ciò che Cristo ha fatto e vuole che facciamo noi (Gv13, 15). Gesù ha celebrato la Nuova Alleanza, Egli si è offerto a noi e ci chiede di offrirci a Lui. In questo dono ricevuto e ricambiato si realizza la Nuova Alleanza.

Tre comunioni

La comprensione profonda del gesto di Gesù si ottiene in modo adeguato se si va a rileggere che cosa è accaduto nella prima alleanza, quando Mosè diede la legge di Dio al popolo di Israele.

In Esodo 24,1-8 troviamo un rito semplice fatto di due elementi: la Parola di Dio e il sangue sparso sull’altare e sul popolo.

La comunione con la Parola

Il Signore disse a Mosè: “Sali verso il Signore tu e Aronne, Nadab e Abiu e settanta anziani d’Israele; voi vi prostrerete da lontano, 2solo Mosè si avvicinerà al Signore: gli altri non si avvicinino e il popolo non salga con lui”.

3Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: “Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!”. 4Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. 5Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. 6Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. 7Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: “Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto”. 8Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!”.

Nel racconto di Esodo 24 il popolo accetta l’Alleanza con Dio accogliendone prima la Parola. Il popolo deve fare comunione con la parola di Dio, espressa nel Decalogo, deve quindi avere la stessa volontà di Dio. Proprio per questa comunione di volontà viene asperso del sangue degli animali, in segno che la stessa vita circola in Dio e nel popolo.

Gesù celebra il rito dell’alleanza, ma rinnovandola in due aspetti essenziali: a) invece dei precetti del Decalogo dà il suo comandamento dell’amore: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34); b) invece del sangue degli animali, la comunione si realizza realmente nel sangue di Cristo che si offre per noi.

In questo modo l’Eucaristia è l’alleanza alla quale tutti siamo chiamati. In essa dobbiamo fare due comunioni: prima con il comandamento dell’amore, con il quale Cristo ci chiama a vivere come Lui. Tutte le pagine bibliche che leggiamo nella “liturgia della Parola” non sono altro che un modo di dettagliare questo unico comandamento.

Ascoltiamo il pensiero di un Padre della Chiesa del V secolo:

Vi domando, fratelli e sorelle, che cosa vi sembra più importante: la Parola di Dio, o il Corpo di Cristo? Se volete rispondere bene, dovete senza dubbio dire che la Parola di Dio non è da meno del Corpo di Cristo. E allora, se poniamo tanta cura quando ci viene consegnato il Corpo di Cristo perché nulla di esso cada per terra dalle nostre mani, non dovremmo porre altrettanta attenzione perché la Parola di Dio, che ci è offerta, non sfugga dal nostro cuore, cosa che avverrebbe se stiamo pensando ad altro? Colui che avrà ascoltato con negligenza la Parola di Dio non sarà meno colpevole di colui che, per la propria negligenza, avrà fatto cadere a terra il Corpo di Cristo. (Cesario di Arles)

La seconda comunione: al Corpo e Sangue di Cristo

Solo dopo avere fatto questa prima comunione, possiamo partecipare a quella del Corpo e del Sangue del Signore. Essa ci è essenziale, perché noi non possiamo vivere l’amore senza Gesù che ci nutre donandoci il suo Spirito. Senza Gesù non possiamo fare nulla dice il Vangelo, mentre con lui possiamo fare opere più grandi delle sue.

L’eucaristia fonte di libertà

Richiamo l’attenzione sul fatto che in tal modo la partecipazione all’Eucaristia è un momento di libertà, in cui ciascuno è protagonista e decide di se stesso nei confronti di Dio. Anzi dobbiamo dire che non esiste stimolo più grande alla libertà, perché questa si realizza pienamente solo quando l’uomo decide di se stesso nella maniera più alta, come è quella del dono di sé nell’amore, e concretizzando questo amore nelle azioni quotidiane che diventano così l’espressione della volontà di donarsi.

La terza comunione: il servizio fraterno

Le due comunioni sfociano necessariamente nella terza: “Fate questo in memoria di me”. Che significa? Non occorrono molte parole per capire che occorre fare quello che ha fatto Gesù e non solo ripetere il rito dell’alleanza. Occorre concretizzare nell’esistenza le parole del Signore: “Come io ho amato voi”. Per questa ragione dall’Eucaristia nasce la Chiesa perché da essa nascono uomini nuovi che amano come Cristo e nasce una comunità nuova fondata sull’amore vicendevole. La carità fraterna e l’amore verso gli ultimi sono esiti necessari della partecipazione all’Eucaristia. In breve, si entra in Chiesa con propri pensieri e progetti e si esce con progetti rinnovati dall’amore e dalla forza di Cristo. Questa trasformazione del proprio intimo costruisce la Chiesa e diventa dono per tutte le persone che incontriamo.

Commento di padre Ronchi

IL PIANO INCLINATO

Fondersi con qualcosa che cambia la direzione della vita, per poter vivere, semplicemente vivere, vivere davvero.

Nella sinagoga di Cafarnao, cala il discorso più dirompente di Gesù: mangiate la mia carne, bevete il mio sangue.

Nel deserto della vita, trovare pane che dia senso all’esistenza si rivela l’unico sentiero.

Un invito che sconcerta amici e avversari quello di Gesù, che ostinatamente ribadisce per otto volte. Incalzante convinzione: fondersi con qualcosa che cambia la direzione della vita, per poter vivere, semplicemente vivere, vivere davvero.

Mentre la nostra esperienza attesta che la vita scivola inesorabilmente verso la morte, Gesù capovolge questo piano inclinato, mostrando che ogni vita scivola verso Dio. Anzi, che è la vita di Dio a scorrere, venire, perdersi dentro la nostra. Viene dentro le creature come lievito nel pane, come pane nel corpo, come corpo nell’abbraccio. Dentro l’amore.

Il nostro pensiero va all’Eucaristia. È lì la risposta? Ma a Cafarnao Gesù non indica un rito liturgico; lui non è venuto per inventare liturgie, ma fratelli liberi e amanti, vivendo la grande liturgia dell’esistenza, della persona che è realtà, che è storia.

Io vivo di un Altro! Dalla bocca di Dio vengono parole che danno luce, acqua, terra e vento. È questa la mia sorgente e il mio fine. Cosa farò? La prima lettura mi soccorre: ricordati del cammino che il Signore ti ha fatto percorrere, alla ricerca della Vita.

Ricordati, perché l’oblio è la radice di tutti i mali. Ricordati del cammino, delle sorgenti, del salire e del fiorire, del crescere. Ricordati del vento delle piste, della bellezza dell’anima affaticata dal richiamo di cose lontane. Ricordati che essere uomo-con-Dio è il contrario dello smarrirsi fra le dune. E di tutta la manna scesa all’improvviso, del tuo stupore negli occhi e nel cuore, della gioia contagiosa che di colpo risollevava la tua gente.

Tutti possiamo raccontare del nostro viaggio nella vita, non solo di scorpioni e serpenti, ma anche di acqua scaturita all’improvviso, quando un giorno eravamo a terra e dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Improvvisi squarci si sono aperti a ricordarci che non viviamo soli nel cerchio chiuso dei nostri problemi, ma che un amore spinge per aprirsi un varco nei confini della storia.

Se sono sopravvissuto, se non sono diventato io stesso un deserto, terra spenta e inospitale, lo devo a un Altro. Io vivo di Dio. Ricordare è dialogare con la mia storia, rimanere con la mia sorgente.

Allora ad ogni messa, con quel piccolo pane tra le dita, voglio dialogare, senza fine e dal profondo, come Israele di fronte alla manna: man hu? Che cos’è? È Dio in cerca della fame e della sete dell’uomo. Che cos’è? È Gesù Cristo, fame d’altro per chi è sazio di solo pane. Che cos’è? È Lui che vive donandosi, a me che vivo di pane e di miracolo. 

Buona festa del Corpus Domini a tutti

Don Michele Aramini